PER UN PROCESSO COSTITUENTE DELLA SINISTRA, LE RAGIONI E LA
PRATICABILITÀ DI UNA PROPOSTA DI FUTURO
L'esistenza del Partito della Rifondazione Comunista non è un bene disponibile, se non alla
collettività di donne e uomini che lo incarna: non è stato e non è tema di discussione il suo
scioglimento, tanto meno può esserlo in una situazione nella quale tutto è da riconquistare e
ricostruire, la sua credibilità e la sua presenza nella società come quelle d'una soggettività di
sinistra in generale. Non ci servono, oggi, né scorciatoie né formule magiche. Non ci sono “strade
maestre” già tracciate se non quella di bandire ogni presunzione di autosufficienza e, anzi, di fare
della non autosufficienza la bussola del nostro agire, nelle relazioni con altre e altri da noi e tanto
più nelle relazioni tra di noi. Senza condivisione non c'è costruzione di comunità, men che meno lo
slancio unitario che occorre a fare materia viva della necessità d'una sinistra alternativa grande e
nuova.
Non ci sono marchingegni che tengano: una forma di federazione è già stata sperimentata,
proprio nella coalizione che ha prodotto le liste della “Sinistra, l’arcobaleno” e il fallimento si è
rivelato inequivocabile. E anche se praticato diversamente, un modello federativo non supera il suo
limite di fondo, perché non scioglie la questione della decisione politica e della sua
rideterminazione in una pratica che non la mantenga più, per quanto nascostamente, sotto
l'assoluta sovranità dei gruppi dirigenti di singoli soggetti partitici. La soluzione federativa non
farebbe che moltiplicare, al ribasso, la logica mediatoria e la farraginosità del processo decisionale,
determinando quindi un pesante deficit insieme di efficacia e di democrazia. Anche l’ipotesi di
“partiti unici”, cioè la semplice unificazione integrale di ciò che già esiste in un unico partito, non
regge perché non fa i conti con la critica, che nel nostro caso è stata appunto insufficiente, della
forma partito novecentesca. Un nuovo soggetto politico, che sia unitario sul piano politico e plurale
su quello delle culture e delle esperienze che lo compongono, una nuova sinistra cioè, non può
nascere all’interno di forme vecchie.
Quel che ci serve è quindi una proposta politica chiara, capace di mettere al lavoro il Partito, la
sua militanza, la sua area di riferimento: e capace soprattutto di parlare a quel vasto popolo che
non si rassegna ad un Paese senza sinistra. Quel che serve a sua volta a una tale proposta,
affinché possa essere agita concretamente, è la consapevolezza che essa deve segnare una netta
discontinuità. Discontinuità che si misuri con le contraddizioni sin qui accumulate tra i nostri
enunciati e le nostre pratiche, sciogliendole senza più rinvii possibili. Discontinuità nei confronti di
forme, contenuti e linguaggi dell'agire politico, consunti e muti per la materialità della vita delle persone e per l’esigenza di rivoluzione di senso del nostro presente, che se non superati mettono
in causa la possibilità stessa di concepire una politica di sinistra per il futuro. Discontinuità rispetto
ad un concezione della politica separata dai corpi reali e vivi di donne e di uomini che pretende di
rappresentare e che debbono poterne essere invece i soggetti costitutivi.
4a – L’avvio di un processo costituente
Ciò che dunque è necessario, anzi decisivo per un avvenire del nostro patrimonio politico e per
quello di un campo alternativo della sinistra in Italia, è l'avvio di un vero e proprio processo
costituente. Che non ha e non può avere oggi esiti precostituiti, ma che si realizzi intorno ad un
obiettivo limpido: costruire una nuova soggettività della sinistra, nella politica, nella società e nella
cultura di questo Paese. Un processo costituente a dimensione unitaria completamente rimotivata
nel “qui ed ora” dei compiti di opposizione generale che sono oggettivi e incombenti: perciò aperto
in tutto e per tutto e fatto per rivolgersi, attraverso e oltre tutti i soggetti politici già ora disponibili, ai
corpi sociali e singolari che resistono alle politiche dominanti, ogni giorno e ad ogni livello. Un
processo costituente che muova dal molteplice che è oggi il campo del conflitto e dell'alternativa,
grazie al quale questa pluralità di esperienze e di soggettività diventino protagonisti della
trasformazione.
Un processo costituente così concepito, come si vede, racchiude un’opzione di netta discontinuità
con l’esperienza della “Sinistra l’arcobaleno” e dischiude il confronto al riconoscimento di una
semplice quanto evidente verità: non nasce nulla di nuovo e di grande, a sinistra, se non rinasce
nei territori, dal basso, da pratiche di autogestione e di autodeterminazione. Se non si rompe con il
verticismo che ha caratterizzato quell’esperienza.
Da parte nostra, va messo a disposizione il nostro patrimonio di idee, con tutto ciò che rappresenta
ancora la nostra capacità di iniziativa politica, deponendo ogni volontà di primato o primazia.
Dobbiamo contemporaneamente correre e cercare la strada. Dobbiamo produrre senso, liberando
nuove analisi e nuove idee che ripropongano l’attualità di una sinistra del XXI secolo. Dobbiamo
sapere produrre e sperimentare un’innovazione organizzativa, essendosi rivelate esauste le
vecchie forme. Dobbiamo saper rilanciare e fare patrimonio dell’esperienza della Sinistra Europea
che nella sua fase nascente, dentro limiti e contraddizioni che pure debbono essere attentamente
ragionati e riflettuti, ha praticato come possibile la pari dignità tra soggetti diversi. Dobbiamo
stabilire veramente un nesso fondativo tra la nostra iniziativa politica e la dimensione europea del
conflitto, della questione sociale e della questione democratica. Dobbiamo saper valorizzare e
moltiplicare la risorsa delle molte “Case della Sinistra” le quali, sorte nei territori nel corso della
campagna elettorale, costituiscono un’intuizione che trascende la contingenza e il breve respiro di
un comitato elettorale. Dobbiamo essere più coraggiosi nell’innovazione che pure era stata
rimessa a tema nella Conferenza di Carrara, traducendola in concretezza e praticando il “fare
società” come asse prioritario della nostra proiezione nei territori, intesi come localizzazioni geografiche, così come della produzione e della socialità posti in una mutata relazione, non più
gerarchica e subordinata con il “centro”. Dobbiamo saper avviare libere cessioni di sovranità per
determinare orientamenti e decisioni e a partire da qui sperimentare l’unità e la condivisione dei
compiti, aprendovi gli stessi processi di formazione di nuovi gruppi dirigenti. Dobbiamo fare
finalmente i conti con il simbolico politico maschile che presiede alla “macchina” ereditata dal
Novecento e, ancor più, dobbiamo saper pronunciare la sua crisi e, per questa via, riconoscere
fattivamente il carattere sessuato dei soggetti e dei conflitti.
4b – La sinistra diffusa
Esiste e vive nel Paese un arcipelago di sinistra diffusa. Esiste e vive al di qua e al di là del terreno
della rappresentanza: nei movimenti, nelle reti solidali, nelle associazioni, nei percorsi di
autogestione, nelle pratiche di tutela e riappropriazione dei beni comuni e di affermazione dei diritti
sociali, nelle comunità di lotta, in quelle di libera scelta sessuale e di vita, nei gruppi di donne, nel
lavoro sindacale, nelle strutture e nei tessuti culturali, nei servizi di pubblica utilità e nelle
esperienze di nuovo mutualismo, nei gruppi di intervento, in quelle aree del mondo cattolico che
resistono alla normalizzazione ratzingeriana, nei centri di libero pensiero e di difesa della laicità.
Qui, in questa molteplicità, vi sono i possibili protagonisti di un processo che, nei termini necessari,
non è mai realmente cominciato. Ora esso si presenta con i caratteri della straordinarietà e
dell’urgenza. Non ci sono più deleghe possibili, né tanto meno deleghe in bianco. Non c’è più una
rappresentanza solida, né tanto meno consolidata. Un simile processo può vivere solo se si
spalanca, nel suo stesso proporsi, a sperimentare il superamento di ogni forma tradizionale sul
terreno dell'organizzazione, tanto più quindi di ogni impulso ad “esportare” la tradizionale formapartito
o a ridurvi la complessità delle relazioni e dei protagonisti necessari. Un simile processo
può vivere solo se, soprattutto, si apre da subito a quel che già esiste ed è disponibile, fluito dai
percorsi dei movimenti di questi anni e vissuto da molte e molti in termini di allargamento e
approfondimento della democrazia, di contro al suo restringimento e alla sua “semplificazione”
nelle pratiche di potere: esistono e sono disponibili elaborazioni e laboratori di democrazia
partecipativa e deliberativa. Ad essi deve attingere oggi una sinistra, per vivere davvero. E così
possono moltiplicarsi ora le “Case della sinistra”, dai territori, aggregandosi intorno ai temi fondanti
della lotta per la pace, della liberazione del e dal lavoro, della critica ambientalista dello sviluppo e
della difesa della Terra; e applicando quelle innovazioni di processo democratico per tutto quanto
riguarda la decisione comune, tra eguali.
Solo a queste condizioni e con la partecipazione, l’assunzione diretta di responsabilità, l’impegno
non episodico si potrà garantire la forza di un tale processo e condurlo ad un esito positivo. E solo
così si potrà, com’è necessario per il bene della democrazia stessa in Italia, riaprire anche la
questione di un’autonoma rappresentanza di sinistra, aggiornandola e rimotivandola nella sua
utilità.
Noi proponiamo che questo congresso sia davvero il congresso del rilancio e della rinascita: per il
nostro Partito e per la sinistra del futuro. Non è detto, alla fin fine, che questo sia l’anno zero. Noi,
certo, non santifichiamo e non cristallizziamo nulla, non inseguiamo nuove dogmatiche, siamo
disponibili a passare al più sottile dei setacci tutte le nostre persuasioni, vagliando fino in fondo “ciò
che è vivo e ciò che è morto” nella nostra avventura culturale e politica. Ma non possiamo
rinunciare alla scelta fondamentale: l’innovazione. La revisione incessante, nonché la verifica
fattuale, delle nostre proposte e proposizioni. Non possiamo lenire le nostre pene preconizzando
ritorni al passato, come quello prospettato da una “Costituente comunista” che si presenta con i
caratteri non solo della nostalgia, ma del minoritarismo settario e nominalistico. Possiamo invece
investire il nostro patrimonio nell’impresa alla quale oggi le nuove comuniste e i nuovi comunisti
sono chiamati: la rifondazione di una sinistra grande e moderna, di popolo e di alternativa. Un
lavoro di lunga lena, che chiederà tempo e pazienza, che non ha approdi certi, ma che costituisce
un’avventura affascinante che vale la pena di vivere.
Per noi è la strada maestra sulla quale, dentro e oltre questo nostro congresso, possiamo
ricominciare il cammino.
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